Salone del Libro di Torino: oggi l’editoria non vende solo libri, vende attenzione

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Per anni abbiamo parlato di libri quasi sempre nello stesso modo: la trama, lo stile, l’editing, la copertina. Tutto importante, certo. Anzi, fondamentale. Un libro scritto male difficilmente farà strada. Una copertina sbagliata può affondare anche una buona storia. Un editing superficiale può trasformare un romanzo promettente in un’occasione mancata. Però c’è una parte della storia che raramente viene raccontata. Quella che riguarda il mercato reale. E più mi avvicino al Salone Internazionale del Libro di Torino, più mi rendo conto che oggi parlare di editoria significa parlare anche di questo: di visibilità, piattaforme, dati, recensioni, community, algoritmi, pirateria, audiolibri, social, librerie, festival, fiere, lettori reali e “attenzione” da conquistare ogni giorno. Perché il libro resta un oggetto culturale. Ma intorno al libro si muove ormai un ecosistema molto più complesso.

Il libro non vive più da solo

Una volta, almeno nella percezione comune, il percorso sembrava più lineare. Un autore scriveva un libro. Un editore lo pubblicava. Una libreria lo esponeva. Un lettore lo comprava. Punto.

Naturalmente anche prima il mercato era complicato. Non voglio raccontare una favola nostalgica su un passato perfetto che forse non è mai esistito. Però oggi la situazione è cambiata in modo evidente. Un libro non compete soltanto con altri libri. Compete con Netflix, YouTube, TikTok, Instagram, podcast, videogiochi, piattaforme di streaming, notifiche, reel da trenta secondi e contenuti gratuiti disponibili ovunque. Il problema non è solo convincere qualcuno a comprare un romanzo. Il problema è convincerlo prima di tutto a fermarsi. A prestare attenzione a te come autore prima di tutto. A concederti del tempo. E il tempo, oggi, è probabilmente la vera moneta di scambio.

La pirateria non è un dettaglio

Negli ultimi mesi sono arrivati segnali molto chiari. Uno dei più duri riguarda la pirateria editoriale. Secondo la quarta indagine Ipsos Doxa commissionata dall’Associazione Italiana Editori, la pirateria nel mondo del libro sottrae agli editori circa il 30% del mercato, pari a 722 milioni di euro. AIE parla anche di 4.500 posti di lavoro persi nel mondo del libro e 11.500 considerando l’indotto.

Sono numeri enormi.

E non sono soltanto numeri “degli editori”. Sono numeri che riguardano autori, traduttori, editor, correttori di bozze, grafici, librai, distributori, uffici stampa, tipografi, agenzie, professionisti che spesso restano invisibili agli occhi del lettore.

Quando qualcuno scarica illegalmente un ebook, spesso pensa di non danneggiare nessuno. In realtà sta dicendo che tutto quel lavoro non ha valore. E qui nasce un problema culturale prima ancora che economico: abbiamo abituato troppe persone a pensare che i contenuti debbano essere sempre disponibili, immediati, gratuiti e senza conseguenze.

Ma una storia non nasce dal nulla. Un romanzo può richiedere anni. E dietro un libro pubblicato c’è un’intera filiera.

Amazon e il potere della visibilità

Che piaccia o no, oggi Amazon è uno degli snodi fondamentali del mercato librario. Per molti lettori è il primo luogo in cui cercare un libro. Per molti autori è il primo luogo in cui misurare la propria visibilità. E qui entra in gioco un altro elemento delicato: le recensioni.

Le recensioni non sono più soltanto opinioni di lettori. Sono segnali. Sono indicatori di fiducia. Sono piccoli semafori che possono spingere un lettore a comprare oppure a passare oltre. Amazon spiega che le recensioni dei clienti aiutano i lettori a prendere decisioni d’acquisto e che vengono gestite secondo linee guida precise. Le recensioni possono non apparire se non superano alcuni controlli, se violano le regole della community o se vengono considerate non pertinenti. Inoltre la valutazione complessiva di un prodotto non è calcolata come una semplice media, ma tramite modelli basati sull’apprendimento automatico. Lo so cosa stai pensando: il solito algoritmo. Esatto, tutto è calcolato in base agli algoritmi.

Tradotto in modo semplice: la visibilità di un libro non dipende solo dal fatto che sia bello. Dipende anche da come viene intercettato, valutato, recensito, mostrato, consigliato e posizionato dentro una piattaforma, ecco di nuovo l’algoritmo.

Ma questo non significa che la qualità non conti più. Significa però che la qualità da sola, spesso, non basta. E questa è una verità scomoda per molti autori. Anche per me. Perché noi vorremmo credere che basti scrivere una buona storia. Ma il mercato non funziona così. Una buona storia deve anche trovare la strada per arrivare davanti agli occhi giusti e qui purtroppo tocca all’autore mettersi in gioco secondo le proprie possibilità.

Spotify e il lettore che “cambia formato”

Un altro segnale interessante arriva da Spotify. Spotify non si limita più alla musica. Non si limita più ai podcast. E non si limita nemmeno agli audiolibri. Nel 2026 ha rafforzato il proprio interesse per il mercato del libro con Page Match, una funzione sperimentale pensata per collegare lettura e ascolto, e con una partnership con Bookshop.org per permettere, nei mercati di Stati Uniti e Regno Unito, l’acquisto di libri cartacei direttamente dalla pagina dell’audiolibro. Sarà solo questione di tempo l’arrivo in Italia.

Questo passaggio è importante. Perché ci dice una cosa precisa: il libro non è più soltanto carta. Ma non è nemmeno solo digitale. È esperienza. Una storia può essere letta su carta, ascoltata in auto, ripresa su ebook, consigliata in un video, commentata in una community, scoperta su una piattaforma e acquistata altrove. Il lettore moderno si muove tra formati diversi. E le piattaforme stanno cercando di accompagnarlo in ogni passaggio. Dalla scoperta. All’ascolto. Alla lettura. All’acquisto. Alla condivisione.

In questo scenario, chi controlla il percorso del lettore controlla una parte enorme del valore del libro.

Gli editori non cercano più solo libri

C’è poi un altro aspetto che secondo me dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia, specialmente da autori maturi e consapevoli. I grandi gruppi editoriali non cercano più soltanto buoni libri. Cercano attenzione. Cercano pubblico. Cercano community. Cercano autori capaci di muoversi dentro un ecosistema.

Non è un caso che il mondo editoriale e quello della creator economy si stiano avvicinando sempre di più. Mondadori Media, per esempio, negli ultimi anni ha rafforzato la propria presenza nella creator economy e nell’influencer marketing anche tramite acquisizioni e asset digitali legati a community social molto attive. Questo non significa che ogni scrittore debba diventare un influencer. Anzi, sarebbe un errore pensarlo. Uno scrittore deve prima di tutto scrivere.

Però oggi un autore non può più permettersi di ignorare tutto ciò che accade intorno al libro. Chi sono i suoi lettori? Dove si informano? Che cosa guardano? Come scelgono una storia? Che rapporto hanno con i social? Comprano in libreria, online, agli eventi, dopo aver visto un video, dopo aver letto una recensione, dopo aver ascoltato un consiglio?

Sono domande pratiche. Forse meno romantiche dell’ispirazione. Ma fondamentali, per chi vuole essere scrittore oggi.

Il Salone del Libro come specchio del cambiamento

Ed è proprio per questo che il Salone del Libro di Torino non è soltanto una grande festa dei libri. È anche uno specchio. Lì dentro convivono editori, autori, lettori, agenti, uffici stampa, librai, scuole, blogger, book influencer, piccoli marchi indipendenti, grandi gruppi, esordienti, professionisti, curiosi, appassionati. Tutti nello stesso spazio. Tutti intorno allo stesso oggetto: il libro.

Ma ognuno con uno sguardo diverso. Il lettore cerca emozione. L’autore cerca ascolto e lettori. L’editore cerca di vendere storie, ma cerca anche sostenibilità. Il libraio cerca libri che possano davvero trovare pubblico. Il blogger cerca contenuti da raccontare. Il book influencer cerca esperienze da condividere.

E in mezzo a tutto questo c’è il romanzo. Fragile e potente. Silenzioso e rumorosissimo.

Fatto di parole, ma costretto a vivere in un mondo dominato dalle immagini.

E allora che cosa deve fare un autore?

Questa è la domanda che mi interessa di più. Perché lamentarsi del mercato serve a poco. Dire “una volta era meglio” serve ancora meno. La verità è che un autore oggi deve imparare a tenere insieme due dimensioni. Da una parte deve proteggere la scrittura. La profondità. La cura. La voce personale. Il tempo lento della storia. Dall’altra deve capire il mondo in cui quella storia dovrà muoversi. Non per svendersi. Non per inseguire ogni moda. Non per trasformarsi in qualcosa che non è. Ma per non essere ingenuo. Perché oggi pubblicare non significa soltanto mettere un libro in commercio. Significa posizionarlo. Creare un ponte con i lettori. Perché se nessuno lo vede, se nessuno lo trova, se nessuno lo legge, quella storia, magari bellissima, resta chiusa nello stesso cassetto dov’era il manoscritto prima di essere pubblicato.

E allora forse il compito di un autore oggi è proprio questo: scrivere con autenticità, ma muoversi con consapevolezza. Sapere che una frase può emozionare. Ma anche che un algoritmo può nasconderla. Sapere che un lettore può innamorarsi di un personaggio. Ma prima deve incontrarlo. Sapere che una storia può cambiare qualcosa. Ma soltanto se riesce ad arrivare ai lettori.

Ci vediamo al Salone

Andare al Salone del Libro di Torino, per me, significa anche questo. Non soltanto essere presente con un libro. Ma osservare. Ascoltare. Capire dove sta andando l’editoria. Incontrare lettori, autori, professionisti, persone che vivono i libri da prospettive diverse. Perché il libro resta al centro. Ma intorno al libro è cambiato tutto. 

Io sarò al Salone del Libro di Torino domenica 17 maggio, dalle 18:00 alle 20:00, presso lo stand PAV Edizioni.

Se passate di lì, venite a salutarmi. Parleremo di libri, di storie, di scrittura. E magari anche di tutto ciò che accade dietro le quinte.

Con affetto,

favicon firma patrick landi

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